Forse ne hai sentito parlare o forse lo hai provato sulla tua pelle, pur non conoscendo le basi teoriche del fenomeno: la YOLO Economy è arrivata anche in Italia, un sentimento forte, un’aria di cambiamento, in parte causata e in parte accelerata dalla pandemia dell’ultimo anno e mezzo.

Il concetto, nato negli USA, è stato espresso e cristallizzato da fonti molto diverse: dal rapper Drake in primis e poi dal New York Times, che lo ha battezzato come fenomeno globale.

YOLO è un acronimo: you only live once, in buona sostanza, si vive una volta sola. Ma cosa implica e a quale livello della propria vita bisognerebbe applicare questo mantra moderno?

I giovani, il lavoro e la pandemia: un mix di cause per la YOLO Economy

La Gen-Z, cioè i ragazzi tra i 18 e i 25 anni, è quella che più di tutte ha patito i recenti sconvolgimenti economici e sociali, causati o peggiorati dall’emergenza Coronavirus. Appena usciti da scuola o dall’Università, migliaia di giovani si sono trovati senza un binario, senza la certezza di un futuro nel mondo del lavoro già di per sé incerto, senza la possibilità di inserimento e formazione in presenza nelle aziende. Fare uno stage da remoto in un contesto lavorativo completamente nuovo può essere estremamente difficile e frustrante.

Ma non solo i giovanissimi: secondo una ricerca di Microsoft, su un campione di 30mila lavoratori di 31 Paesi del mondo, ben il 40% ha già cambiato o ha deciso di cambiare lavoro entro la fine del 2021. E per il 70% degli intervistati non sono più le possibilità di carriera o la retribuzione a pesare come priorità sul piatto della bilancia quando si deve accettare una proposta di lavoro, nossignore: contano il benessere, la flessibilità e il work-life balance.

La pandemia, infatti, ha mostrato prospettive nuove rispetto al classico mondo del business. Basta presenzialismo, basta chilometri di tangenziale, basta obbligo non scritto di trattenersi oltre l’orario canonico per non essere considerati “scansafatiche”… se tutta questa cultura aziendale tossica viene meno, se si lavora per obiettivi, se lo Smart Working è realmente smart, allora perché non trovare la propria strada alle proprie condizioni?

Smart working e salti nel buio, l’approccio YOLO più o meno estremo

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A questo quadro lavorativo in evoluzione si aggiunge anche l’emotività, un po’ di fatalismo dato dal rendersi conto di quanto una malattia possa impattare sul quotidiano, un cambiamento di priorità personali e familiari, lo sconvolgimento delle abitudini e la presa di coscienza che passare 5 ore sui mezzi di trasporto solo per raggiungere l’ufficio non era poi così normale… una vera epifania in un certo senso.

A questo si aggiunge il fatto di avere messo da parte qualche soldo in più, non potendo spendere durante i lockdown, e la sensazione che si possa vivere con meno ma meglio: così, è facile intuire perché l’approccio YOLO abbia preso piede, anche in Italia.

Ovviamente, con “gradi” differenze. C’è chi semplicemente, oggi, con la ripresa del lavoro “in presenza”, si rifiuta di rientrare, spesso scontrandosi con ambienti di lavoro ancorati al passato. Lo Smart Working non è più un benefit o una soluzione d’emergenza, si è capito che può essere un’ottima modalità di lavoro, più sana e produttiva.

Dall’altro, c’è chi ha davvero fatto il salto. Chi ha finito un percorso di studi solido e verticale per poi scoprire di voler fare tutt’altro o chi ha lasciato un posto di lavoro fisso per trovare la propria strada. Contabili che si reinventano come travel blogger, manager di alto profilo che lasciano tutto per coltivare ortaggi biodinamici in campagna, “imbruttiti” pentiti che abbandonano il centro della city per ritirarsi in alta montagna a scrivere quel libro nel cassetto da troppo tempo.

Del resto, si vive una volta sola, e il lavoro occupa il 70% delle nostre vite. E voi, lo fareste?