Dati alla mano, sembra proprio che quella dei cervelli in fuga sia in fondo una leggenda. Da molti anni sentiamo parlare della fuga di cervelli che interessa il nostro Paese come se si trattasse di un’emergenza. Ma un’analisi più oggettiva suggerisce che non è proprio così.

Ad affermarlo è #truenumbers, il primo sito italiano di data journalism, che ha analizzato i numeri e stabilito che in realtà confrontando i dati delle fughe di cervelli italiani con altri Paesi europei, il preoccupante fenomeno si ridimensiona molto e rientra nell’ambito di una normale (e auspicabile) mobilità delle persone alla ricerca di esperienze di studio, vita e lavoro diverse.

I dati riportati da #truenumbers (relativi al 2013) indicano che il numero dei giovani italiani tra i 25-29 anni (tendenzialmente i neolaureati) che decidono di spostarsi all’estero è stato di 17.037 unità, pari allo 0,52% del totale delle persone che si sono trasferite dall’Italia all’estero. Una percentuale molto al di sotto di quella stimata per Paesi come la Germania, il Belgio, la Spagna.

Parimenti avviene nella fascia di età compresa tra i 30 – 34 anni, quella dei ricercatori.

 

 

I cervelli non fuggono, circolano.

I cervelli circolano perché non solo hanno il diritto, ma anche il dovere di andare ove possono esprimersi al meglio.

E’ quanto si sostiene in questo articolo pubblicato su Startupbusiness, che segnala come il cosiddetto “brain drain” sia un fenomeno internazionale, che visto sotto un altro punto di vista, è capace di generare comunità scientifiche (diaspore scientifiche) di notevole importanza, sotto il profilo economico, scientifico e sociale, capaci anche di rafforzare i rapporti tra Paesi.

Monica Veronesi,  Executive Director di ISSNAF (Fondazione che supporta la comunità dei ricercatori e degli studenti italiani espatriati in Nord America) ha dichiarato a Startupbusiness:

“Quando si parla di carriera dei ricercatori si parla spesso del concetto di brain drain. Noi auspichiamo fortemente un cambio di pensiero: i cervelli non “drenano”, si muovono. Gli scienziati vanno dove trovano opportunità di lavorare sulla ricerca che credono possa portare una differenza nel mondo. Il capitale umano italiano all’estero è un asset di primaria importanza per l’Italia che deve essere utilizzato meglio come opportunità per il Paese. Viaggiando si creano legami e network che sono alla base della scienza globale del nostro tempo. Come per noi di Issnaf è importante lavorare insieme alle altre diaspore europee, per imparare dalle best practice di altre organizzazione e confrontarsi. Il valore aggiunto di questo dialogo è cruciale per meglio supportare i nostri scienziati, network e, alla fine, i nostri Paesi”.

 

La vera fuga di cervelli è quella dall’Università.

Lo scorso marzo in occasione della “primavera delle Università” italiane, convegno di 68 atenei, è stato evidenziato dal CRUI che il vero problema in Italia è il trend negativo di laureati, il più basso d’Europa: UK 42%; OCSE 33%; UE21 32%; Francia 32%; G20 28%; Germania 27%; Italia 17% .

Ciononostante, grazie all’università il paese è più innovativo e competitivo. Nonostante crisi e sottofinanziamento l’Italia si colloca all’8° posto tra i paesi OCSE e davanti alla Cina per quantità assoluta e qualità della produzione scientifica.

Perchè?

L’Italia non investe nell’Università, destina sempre meno fondi pubblici, cosa che si traduce nel declino dell’università stessa: meno studenti, meno docenti, meno dottori di ricerca. 130.000 studenti in meno su 1.700.000 negli ultimi 5 anni. 10.000 docenti e ricercatori in meno su 60.500 dal 2008 al 2015. 5000 dottori di ricerca in meno negli ultimi 5 anni.