Una delle tecnologie di maggiore impatto sul mondo del lavoro sarà nei prossimi anni la robotica. L’Onu ha addirittura lanciato un campanello d’allarme: i robot sostituiranno il 66% delle professioni. Dobbiamo quindi avere paura dell’arrivo della robotica? Secondo diverse analisi non necessariamente si tratterà di distruzione di posti di lavoro, ma di trasformazione delle professionalità che potrebbe anche riportare a casa alcune attività negli scorsi anni delocalizzate, oltre a migliorare i luoghi di lavoro e l’impatto ambientale.

L’Onu attraverso un recente report dell’Unctad, Robot and Industrialization in Developing Countries, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo,  ha lanciato ufficialmente un nuovo allarme: nei prossimi anni la robotica sostituirà oltre la metà dei posti di lavoro in Asia, Africa e America Latina.

Già lo scorso anno il WEF, World Economic Forum, aveva presentato il report “The Future of the Jobs” che indicava come nei prossimi  anni fattori tecnologici e demografici influenzeranno  l’evoluzione del lavoro. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro.

Sul tema però le opinioni sono discordanti, diversi ritengono che la perdita di posti di lavoro sia sopratutto un effetto nel medio termine, transitorio, e sul lungo periodo gli effetti saranno invece positivi. Come riportato nell’infografica di TradeMachine più in basso, un esempio arriva dalla Germania (patria del concetto di Industria 4.0) dove tra il 2009 e il 2015 si è registrato un +27% nel mercato della robotica (terzo Paese al mondo) e un -37% di disoccupazione.

La robotica, resa sempre più sofisticata dal progresso dell’intelligenza artificiale, è uno dei pilastri dell’Industria 4.0,  cioè la quarta rivoluzione industriale della storia, che è già in atto ed è inarrestabile.

Uno dei suoi rischi è,  anche secondo uno dei suoi più grandi sostenitori Klaus Schwab, founder ed executive chairman del World Economic Forum, “la distruzione di posti di lavoro. C’è il pericolo che le tecnologie riducano l’occupazione a una velocità maggiore rispetto a quella con cui si crea nuovo impiego.”

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Ma dice anche, in questa bella intervista che ti consigliamo di leggere, in risposta alla domanda ‘Ma le sembra logico che siano gli stessi esseri umani a costruire macchine in grado di sostituirli?
“Credo che la visione più corretta sia quella in base alla quale i robot e l’intelligenza artificiale non sostituiscono gli esseri umani ma li liberano e daranno loro più tempo per fare altri lavori, magari più gratificanti. Ricordo l’accusa che Sharan Burrow, la donna che ricopre la carica di Segretario generale dell’International Trade Union Confederation, rivolse al co-founder di Uber durante il WEF 2016 a Davos: cara Uber, disse, stai distruggendo i lavori dei taxi driver. No, fu la risposta. Stiamo liberando le persone dalla schiavitù di lavorare dalle 8 di mattina fino alla sera e di non disporre del proprio tempo liberamente. Se a questi nuovi tipi di lavori venisse garantita la stessa tutela che vige per i lavori permanenti, io sarei del tutto favorevole.”

Le macchine sono in grado già oggi di realizzare un vasta gamma di attività fino ad oggi tipicamente umane e con l’evolversi della tecnologia, la gamma si amplierà: dalla commessa del negozioal barman, dal chirurgo al collaboratrice domestica, dal poliziotto al burocrate, dal giornalista alla badante, dall’avvocato all’agricoltore, la tipologia di professioni rimpazzabili è praticamente senza limiti. Addirittura, esiste una società di venture capital di Hong Kong, la Deep Knowledg Ventures che ha nominato nel proprio consiglio di amministrazione (con lo stesso diritto di voto di un componenete in carne e ossa, un’intelligenza artificiale chiamata Vital che calcola i migliori investimenti (fonte: Homo pluralis, Luca de Biase).

Come si legge in questo articolo, l’introduzione di robot, associati con tecnologie IoT, macchine intelligenti e realtà aumentata, non si limita ad automatizzare il lavoro umano ma cambia in modo profondo la stessa idea di lavoro, modificando le relazioni fra uomo e macchina. L’evoluzione verso la fabbrica 4.0 non sempre aumenta la presenza di robot in sostituzione del lavoro umano, ma modifica piuttosto il rapporto umano-macchina, umano-robot che spesso diventa simbiotico, collaborativo. Inoltre, vi è anche l’effetto posistivo chiamato re-shoring, che  inverte la tendenza all’outsourcing verso mercati con costo del lavoro più basso. L’aumento del costo del lavoro in paesi come la Cina ha messo in discussione i vantaggi di produrre all’estero, se si tiene conto anche della maggior complessità della logistica e dei tempi di spedizione, spingendo le aziende manifatturiere a cercare nuovi modi per ridurre i costi e aumentare la produttività.
L’automazione basata su tecnologie di robotica avanzata, ormai a prezzi contenuti, sta aiutando questo cambiamento consentendo ad aziende di tutte le dimensioni di restare competitive in termini di costi e a mantenere al tempo stesso a casa le attività produttive.

Una bellissima infografica realizzata da una startup tedesca che si occupa di aste online macchinari industriali, TradeMachine, racchiude alcuni fondamentali della “robolution”!