Insomma, gode di buona salute il nostro sistema universitario? Sono passati circa mille anni dalla nascita, convenzionalmente stabilita nel 1088, della prima università aL mondo, quella di Bologna, l’Alma Mater Studiorum. Un ateneo internazionale sin dalle sue origini, che ha rappresentato un modello per la nascita di altre università in Italia e nel mondo. Oggi, le università italiane non sono mai tra le top delle classifiche mondiali degli atenei, ma soprattutto i giovani italiani sono sempre meno attratti dalla formazione accademica. Dal 2003/04 al 2017/18 le università italiane hanno perso oltre 40 mila matricole, registrando una contrazione del 13,0%, a dirlo è l’ultimo rapporto del consorzio universitario AlmaLaurea. In che direzione sta andando l’università italiana? Prepara al mondo del lavoro?

Dopo un calo vistoso registrato fino all’anno accademico 2013/14, dall’anno accademico 2014/15 si è osservata una ripresa delle immatricolazioni, che sono arrivate nel 2017/18 a +9,3% rispetto al 2013/14 (fonte MIUR).

Nonostante ciò, dal 2003/04 al 2017/18 le università hanno perso oltre 40 mila matricole, in tutte le aree disciplinari (fatta eccezione per l’area scientifica, in cui si rileva un aumento del 13%), un calo che ha colpito soprattutto le aree meridionali (-26,0%). Tra l’altro, il 26,4% dei giovani del sud decide di conseguire la laurea in atenei del Centro e del Nord. “Il Meridione ha perduto più immatricolati rispetto al resto del Paese, continuando così, tra 15 anni, il Sud sarà un guscio vuoto” ha affermato Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea.  L’immatricolazione risulta fortemente influenzata dal contesto familiare, fra i laureati, infatti, si rileva una sovra-rappresentazione dei giovani provenienti da ambienti familiari favoriti dal punto di vista socio-culturale.

Ma oltre alle ‘brutte’ notizie il rapporto, chiamato Rapporti 2019 sul Profilo e sulla Condizione occupazionale (XXI edizione) fornisce anche un quadro della realtà universitaria odierna, in particolare un profilo degli universitari e i loro sbocchi professionali.

Un primo dato positivo è che migliorano l’età alla laurea e la regolarità (cioè si conclude il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti); aumentano le esperienze di studio all’estero e i tirocini curriculari ed extra-curriculari, fatti questi ultimi, che risultano essere carte vincenti da giocare sul mercato del lavoro: a parità di condizioni, infatti, il tirocinio si associa a una probabilità maggiore del 9,1% di trovare un’occupazione a un anno dalla conclusione del corso di studio, mentre le esperienze di studio all’estero aumentano le chance occupazionali del 12,7%.

In generale l’89,0% dei laureati si dichiara complessivamente soddisfatto dell’esperienza universitaria appena conclusa (nel 2008 era l’86,7%); in particolare, si tratta dell’88,8% tra i laureati di primo livello, dell’87,0% tra i magistrali a ciclo unico e del 90,2% tra i magistrali biennali; il 70,0% dei laureati sceglierebbe nuovamente lo stesso corso e lo stesso ateneo.

Questi laureati trovano lavoro? Ovvero, l’università italiana è in grado di formare per le richieste del mondo del lavoro?

La popolazione di riferimento del Rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale è complessivamente di circa 640 mila laureati; l’indagine valuta sia la condizione a un anno dalla laurea che a 5 anni dalla laurea, laureati di primo livello e di secondo livello.

In generale, per tutti i campioni rappresentativi, si rileva coerenza tra gli studi fatti e il titolo di studio, ciò starebbe a testimoniare la validità del percorso universitario; e il titolo di laurea è ritenuto “molto efficace o efficace” per lo svolgimento del proprio lavoro dalla maggioranza dei laureati occupati.

Tasso di occupazione dei laureati e contratti

A un anno dalla laurea circa il 70% dei laureati risulta occupato o impegnato in formazione retribuita: più precisamente il tasso di occupazione, che considera anche quanti risultano impegnati in attività di formazione retribuita, è pari al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra quelli di secondo livello. Il confronto con le precedenti rilevazioni evidenzia un tendenziale miglioramento del tasso di occupazione che, rispetto al 2014, è aumentato di 6,4 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 4,2 punti per quelli di secondo livello. Si tratta di segnali positivi, che non sono però ancora in grado di colmare la significativa contrazione avvenuta tra il 2008 e il 2014 (-17,1 punti percentuali per i primi; -15,1 punti per i secondi).

Anche tra i laureati a 5 anni dalla laurea ci sono dei miglioramenti, infatti, il tasso di occupazione è pari all’88,6% per i laureati di primo livello e all’85,5% per i laureati di secondo livello; per i laureati in Ingegneria il tasso più alto (93%); per i laureati in Giurisprudenza il più basso (75%).

Nel 2018, a un anno dal conseguimento del titolo, la forma contrattuale più diffusa è il lavoro non standard, prevalentemente alle dipendenze a tempo determinato, che riguarda oltre un terzo degli occupati. L’attività autonoma (liberi professionisti, lavoratori in proprio, imprenditori, ecc.) riguarda il 13,7% dei laureati di primo livello e il 10,9% dei laureati di secondo livello. Il contratto alle dipendenze a tempo indeterminato interessa il 24,5% degli occupati di primo livello e il 24,6% di quelli di secondo livello. I laureati assunti con un contratto non standard (in particolare alle dipendenze a tempo determinato) rappresentano il 39,9% dei laureati di primo livello e il 35,8% di quelli di secondo livello. L’analisi della tipologia dell’attività lavorativa restituisce un quadro strettamente connesso con gli interventi normativi susseguitesi negli anni più recenti. Per tali motivi, si riporta il confronto rispetto al 2008, che evidenzia un deciso incremento del lavoro non standard (+16,0 punti percentuali tra i laureati di primo livello e +14,5 punti tra i laureati di secondo livello) e un calo del lavoro alle dipendenze a tempo indeterminato (-17,3 punti percentuali tra i laureati di primo livello e -6,9 punti tra quelli di secondo livello).

Retribuzione dei laureati

Migliora la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo che è nel 2018, in media, pari a 1.169 euro per i laureati di primo livello e 1.232 euro per i laureati di secondo livello. 

Così anche a cinque anni dalla laurea, la retribuzione mensile netta è pari a 1.418 euro per i laureati di primo livello e a 1.459 euro per i laureati di secondo livello.

 

Uno dei rilievi principali positivi è che sta cambiando la mentalità dei giovani: contrariamente al passato, oggi quasi la metà dei laureati è disposta a trasferirsi per lavoro non solo, secondo dinamiche di anni addietro, sulla direttrice Sud-Nord, ma all’estero in Europa e addirittura in un altro continente. Si rileva una diffusa disponibilità ad effettuare trasferte anche frequenti (27,8%), ma anche a trasferire la propria residenza (49,3%). Solo il 2,9% non è disponibile a trasferte.

 

Quali sono le facoltà che offrono maggiori opportunità lavorative?

Stando ai dati del rapporto, che sono una fotografia dell’oggi, Ingegneria è numero uno in classifica.

I laureati in ingegneria e del gruppo economico-statistico mostrano le migliori performance occupazionali, d’altro canto 9 aziende su 10 cercano profili digitali; così come il settore medico e delle professioni sanitarie, oggi in rapida evoluzione,  in cui il tasso di occupazione è  superiore all’89,0%.

Sono invece al di sotto della media i tassi di occupazione dei laureati dei gruppi giuridico, letterario, geo-biologico e psicologico (il tasso di occupazione è inferiore all’80,0%). Anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, intervistati a cinque anni, si evidenziano importanti differenze tra i gruppi disciplinari: i laureati del gruppo medico hanno le più elevate performance occupazionali, registrando un tasso di occupazione pari al 92,4%. Al di sotto della media, invece, i laureati del gruppo giuridico, dove il tasso di occupazione si ferma al 76,7%

Tra i laureati magistrali biennali sono soprattutto i laureati di ingegneria, dei gruppi scientifico e chimico-farmaceutico che possono contare sulle più alte retribuzioni: rispettivamente 1.762, 1.675e 1.595 euro mensili netti. Non raggiungono invece i 1.200 euro mensili le retribuzioni dei laureati dei gruppi psicologico e insegnamento. Tra i magistrali a ciclo unico le retribuzioni più elevate sono percepite dai laureati del gruppo medico (2.007 euro). Più contenute quelle del gruppo giuridico, che raggiungono i 1.343 euro mensili.

 

Conclusioni: laurearsi conviene ancora?

La conclusione al rapporto cui giunge AlmaLaurea è: sì, laurearsi conviene.

“All’aumentare del livello del titolo di studio posseduto diminuisce il rischio di restare intrappolati nell’area della disoccupazione. Generalmente i laureati sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo di strumenti culturali e professionali più adeguati. I laureati godono infatti di vantaggi occupazionali importanti rispetto ai diplomati di scuola secondaria di secondo grado durante l’arco della vita lavorativa: nel 2018, il tasso di occupazione della fascia d’età 20-64 è pari al 78,7% tra i laureati, rispetto al 65,7% di chi è in possesso di un diploma. Inoltre, la documentazione più recente a disposizione evidenzia che, nel 2014, un laureato guadagnava il 38,5% in più rispetto ad un diplomato di scuola secondaria di secondo grado. Certo, il premio salariale della laurea rispetto al diploma, in Italia, non è elevato come in altri Paesi europei (+52,6% per l’UE 22, +66,3% per la Germania e +53,0% per la Gran Bretagna), ma è comunque apprezzabile e significativo.”

Il gap salariale è certamente uno dei motivi che spingono il 5,7% (trend in crescita) dei laureati italiani di secondo livello a trasferirsi all’estero a lavorare.  Tra questi, il 40,8% ha dichiarato di essersi trasferito all’estero per mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia, cui si aggiunge un ulteriore 25,4% che dichiara di aver lasciato l’Italia avendo ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda che ha sede all’estero. Il 10,3% ha dichiarato, invece, di aver svolto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus, preparazione della tesi, formazione post-laurea, ecc.) e di essere rimasto o tornato per motivi di lavoro. Infine, il 9,8% si è trasferito per motivi personali o familiari, mentre il 3,4% lo ha fatto su richiesta dell’azienda presso cui stava lavorando in Italia. Tra gli italiani trasferiti all’estero, il 33,2% ritiene molto improbabile il rientro in Italia, quanto meno nell’arco dei prossimi cinque anni. Di contro, solo il 12,9% è decisamente ottimista, ritenendo il rientro in Italia molto probabile.

“Per loro la laurea non è un passaporto, ma un foglio di via e un vero e proprio daspo. Perdiamo il vero capitale del Paese, un suicidio perfetto” ha commentato sempre Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea.

L’università deve fare passi avanti, anche se i dati non sono tutti negativi, per trattenere talenti e per migliorare ulteriormente la sua aderenza al mondo del lavoro e ai bisogni della società, dove si rivelano sempre più vincenti profili ibridi e un giusto mix di competenze hard e soft. “In una società ipercomplessa – ha commentato Marina Timoteo, direttore di AlmaLaurea – serve una contaminazione dei percorsi disciplinari, mettendo in comunicazione il linguaggio umanistico e quello scientifico. Questo tipo di contaminazione coinvolge maggiormente i corsi umanistici e rappresenta un valore aggiunto con ripercussioni positive sia a livello occupazionale sia a livello retributivo. I laureati che scelgono questo tipo di corso provengono più di frequente da contesti familiari più modesti, hanno performance universitarie migliori e svolgono più esperienze come tirocinio, studio all’estero e lavoro durante gli studi”.

 

(foto credits: Flickr Anton Skrobotov)