Artiness Reality è una startup innovativa nata a Milano dall’iniziativa di un gruppo di giovani di talento del Politecnico, ingegneri biomedici e meccanici, e persegue una rivoluzione nel campo clinico introducendo tecnologie olografiche. Filippo Piatti, uno dei fondatori e CEO della società, racconterà della tecnologia disruptive di Artiness Reality e della sua esperienza di giovane imprenditore al nostro evento conclusivo della Disruptor Challenge il prossimo 25 gennaio! L’evento è aperto e gratuito, e per tutti gli universitari e neolaureati è previsto anche un tour esclusivo dell’incubatore di startup Polihub. Ecco, in ‘un’intervista, un’anticipazione su quello che ci racconterà Filippo Piatti.

Classe 1989, Filippo Piatti è uno dei fondatori e il Ceo di Artiness Reality. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Bioingegneria presso il Politecnico di Milano lavorando allo sviluppo di algoritmi e strumenti per l’elaborazione di immagini cliniche a risonanza magnetica 4D. Ha un forte background nell’elaborazione delle immagini e nella dinamica dei fluidi ematici in vivo. Fondamentalmente, Filippo è un ricercatore, la prima domanda che ci è sorta spontanea è stata:

qual è stata la spinta motivazionale che ti ha condotto a diventare imprenditore e a fare tanti sacrifici per portare avanti l’iniziativa?

‘Per quanto possa sembrare difficile da credere, la motivazione principale che ha permesso a me e ai miei colleghi di diventare “imprenditori” delle nostre idee è stata proprio la passione per la ricerca scientifica, ovvero quella continua spinta a trovare nuove soluzioni innovative per rispondere a problemi concreti della società. I sacrifici vengono da sé, anche in questo caso da ricercatori siamo ben allenati, e sono sempre ripagati dalle tante soddisfazioni che stiamo vivendo con Artiness‘.

Cosa fa esattamente Artiness? perché è considerata ‘disruptive’?

‘Artiness si pone lo scopo principale di introdurre una rivoluzione tecnologica in campo medico, per facilitare la diagnosi di malattie e la loro cura, contribuendo quindi a cambiare drasticamente il rapporto medico-paziente. Questo nuovo paradigma per noi sarà possibile con l’utilizzo della realtà aumenta, ovvero dell’olografia, per supportare il lavoro di tutti i giorni di medici e chirurghi, e la loro formazione accademica.

In poche parole, Artiness utilizza dati clinici contenuti in immagine mediche, ad esempio di risonanza magnetica, TAC o ultrasuoni, per generare ricostruzioni olografiche tridimensionali che possono essere navigate dal medico per identificare patologie, pianificare interventi o studiare apparati anatomici complessi’.

Come vi è venuta in mente questa idea e…cosa vuol dire Artiness?

‘L’avventura di ARTINESS è nata, quasi un po’ per gioco, all’interno del gruppo di ricerca di Biomeccanica Computazionale del Dipartimento di Elettronica, Bioingegneria e Informazione del Politecnico di Milano, dall’idea di voler coniugare conoscenze scientifiche-mediche con la nuova tecnologia degli ologrammi che si stava pian piano facendo strada. Il nostro nome deriva in primis da “Heartiness”, che significa “con sincerità, cordialità d’animo”, e per noi aveva un’accezione positiva e un legame con il nostro ambito di ricerca, ovvero il cuore. Come spesso accade, poi, il nome è stato modificato, per meglio adattarlo al campo di applicazione della realtà aumentata (AR), pur mantenendone la stessa sonorità, in ARTINESS.

Quali competenze servono per lavorare in un settore come il vostro?

‘Il nostro è stato un percorso principalmente all’interno del Politecnico di Milano e del dipartimento di Bioingegneria, che ha rappresentato per noi una scuola di formazione di altissimo livello, fornendoci competenze ingegneristiche e mediche allo stesso tempo.

Non sono però mancate, per tutti i componenti del progetto, esperienze all’estero importanti, sia europee che extra-europee. Fare esperienze all’estero non solo permette di acquisire competenze molto specifiche, ma soprattutto di avere occhi più critici nei confronti del mondo della ricerca, e dell’innovazione in generale, rispetto a quanto si possa pensare rimanendo isolati e chiusi rispetto al mondo esterno. Il nostro consiglio è quindi quello di partire per miscelare competenze, idee, culture, abitudini, per poi tornare a casa con un bagaglio unico di risorse.’

Molte altre cose le sentiremo dalla viva voce di Filippo il prossimo 25 gennaio, oltre a lui ascolteremo le storie di altre due startup (Friendz e Tutored) e vivremo la premiazione dei vincitori della Disruption Challenge. Iscriviti subito, i posti sono limitati e tutti gli studenti e i neolaureati che parteciperanno all’evento avranno anche la possibilità di fare una visita guidata al Polihub, l’incubatore di startup del Politecnico considerato uno dei migliori al mondo.

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