Nomadi digitali e smart worker: termini di cui si sente sempre di più parlare e che afferiscono alla trasformazione del mondo del lavoro. Non solo cambiano le professioni e le strutture aziendali, cambiano le stesse modalità lavorative. Smart working e nomadismo digitale sono un fenomeno già in atto, che crescerà moltissimo nei prossimi anni: insomma, tra le cose che riserva il futuro del lavoro probabilmente ci sarà la libertà di lavorare da dove si preferisce.

Molti millennials già entrati nel mondo del lavoro, che svolgono la propria attività come freelance o in modalità smart working, si sentono rivolgere spesso la domanda, dai propri genitori: “Ma insomma, che lavoro fai? Non vai in ufficio?”.

L’idea del “lavoro” è sempre stata legata (tranne che per pochissime professioni) all’idea di un luogo in cui tale lavoro si svolge: uffici, fabbriche, studi, laboratori, attività commerciali, ecc.

Per le attività professionali da ufficio, l’arrivo del digitale ha regalato una nuova modalità lavorativa, quella da remoto. Inizialmente, una decina di anni fa, si parlava di “telelavoro”, come forma di collaborazione che alcune aziende cominciavano ad adottare, poi con l’andare del tempo si è venuto formando il concetto più spinto di “smart working” e di “nomadismo digitale”, come modalità di partecipazione al mondo del lavoro che meglio si adattano a molte esigenze della contemporaneità, fra cui il problema della mobilità urbana e l’emergere di nuove professioni digitali e autonome che effettivamente possono essere svolte indifferentemente da casa o da qualsiasi altro luogo.

Che cos’è quindi lo smart working e chi sono i nomadi digitali? Che differenza c’è tra le due cose?

I due concetti sono abbastanza vicini ma volendo tracciare una discriminante quella maggiormente calzante è il contesto, di lavoro dipendente o di lavoro autonomo, di riferimento.

Lo smart working (detto anche lavoro agile) è infatti maggiormente identificato come una nuova modalità, più flessibile, di lavoro dipendente in azienda: in Italia, ultimo Paese in Europa a farlo, è stata introdotta una disciplina con il Decreto Stabilità 2016, e proprio lo scorso marzo è stato approvato dalla Camera (ora attende il go dal Senato) un decreto legge, che per prima cosa definisce lo smart working: non si tratta di una nuova tipologia contrattuale ma si configura come una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato” stabilita mediante accordo tra le parti, caratterizzata dall’utilizzo di strumenti tecnologici, eseguito in parte all’interno dell’azienda in parte all’esterno.

Nel provvedimento si chiarisce che il trattamento economico del lavoratore agile non dovrà essere inferiore a quello applicato ai dipendenti che svolgono le stesse mansioni in azienda. Previsto anche il cosiddetto diritto alla disconnessione, che altro non è che il classico giorno di riposo per chi si reca in ufficio ogni mattina.

Il Politecnico di Milano ha stimato che attualmente sono circa 250.000 i lavoratori dipendenti che fanno smart working in Italia in aziende con oltre 10 dipendenti. Il numero di grandi imprese che lo adottano è passato negli ultimi due anni dall’8% al 30%. Un passo verso lo smart working è stato fatto anche nella pubblica amministrazione, dove attualmente “si contano ancora poche iniziative”. Eppure, i benefici le aziende non sono pochi: aumenti della produttività dal 15 al 20%, riduzione dei costi di real estate e di gestione degli spazi dal 20 al 30%, drastica riduzione dell’assenteismo e miglioramento del clima aziendale e dell’employer branding.

Se fino a qualche tempo fa era visto quasi con disappunto dalle aziende, oggi i dati confermano che lo smart working porta a una maggiore produttività e a risparmi per le società: non è solo un modo di lavorare più intelligente in termini di fruizione delle tecnologie e del tempo secondo nuovi concetti di qualità della vita e della produttività individuale, ma è anche il risultato di un sapiente uso dell’innovazione, che favorisce la trasformazione digitale delle aziende, da cui si genera una maggiore collaborazione tra le persone, in particolare, e tra le organizzazioni, in generale.

Chi sono invece i nomadi digitali?

Nella categoria possono rientrare certamente gli smart worker; più ampiamente ci si riferisce a quella categoria di lavoratori autonomi (imprenditori di vario genere, manager, consulenti, esperti della comunicazione, web designer, programmatori informatici, giornalisti del web, gestori di ecommerce, marketer, ecc) che possono lavorare da qualsiasi luogo del mondo, purchè ci sia una connessione internet. Il loro ufficio è costituito da computer e smartphone, la loro prestazione lavorativa necessita fondamentalmente di questi strumenti e dell’accesso alla rete, al cloud, a tutte le informazioni reperibili in questo modo.

In generale, quella del nomade digitale sembra essere principalmente una scelta di vita, prima ancora che lavorativa. E potrebbero essere entro il 2035 un miliardo di persone, secondo quanto riporta un articolo del Sole 24 Ore. 

Esistono infatti anche piattaforme web che ne facilitano la vita on the road e il lavoro: una delle prime, fina dal 2014, è stata Teleport, una piattaforma digitale che aiuta le persone a individuare il posto migliore in cui spostarsi in base alle proprie esigenze.

Molto bella è la piattaforma di NomadList, che già in home page garantisce un principio di esperienza di ciò che significa essere un digital nomad, grazie a una serie di frame relative ai luoghi del mondo che raggiungono i migliori punteggi in: costo della vita, internet, divertimento, sicurezza. (si trovano parecchie sorprese, da considerare anche per le vacanze!)

Per trovare lavori consoni alla vita nomade ci sono, ad esempio Digital Nomads Jobs e Working nomads, che contengono annunci esclusivi di lavori da svolgere in remoto e, inutile dirlo, se è questo che si intende fare nella vita, la conoscenza ottima dell’inglese è quanto mai richiesta.

A livello italiano suggeriamo di andare a scoprire il sito Nomadi Digitali, che oltre al simpatico Manifesto, contiene una serie di risorse utili e di storie che possono essere d’ispirazione.