Uno dei massimi esperti di sharing economy, Arun Sundararajan, docente della New York University e autore di un libro intitolato appunto “The Sharing Economy”, descrive in un’intervista come l’economia collaborativa sia una nuova forma di capitalismo, il capitalismo delle folle. E sul mondo del lavoro dice “Serviranno nuove skills. I giovani dovranno studiare imprenditoria, gestire le proprie idee e trasformarle in business. Altra materia fondamentale sarà il design thinking, modello manageriale di gestione adatto a trattare problemi complessi”.

L’economia della condivisione è entrata nel quotidiano di molti di noi, che si tratti di prenotare Airbnb, utilizzare un sistema di car sharing come Blablacar, o di bike sharing come BikeMI.

Non è da confondere con la Gig Economy, cioè quell’economia “del secondo lavoro” generato dall’economia on-demand, in questi giorni sulle cronache con il caso Fooodora (ma riguarda anche grandi società come Amazon).

La sharing economy non è un fenomeno passeggero, come avevamo illustrato anche in questo precedente articolo,  sta già influenzando il mondo del lavoro perchè impone nuovi modelli lavorativi e crea nuove opportunità; e il suo impatto, nell’economia, nel sociale, nella cultura, sarà sempre più imponente. Già oggi, in Europa, vale 572 miliardi di euro, secondo un recente report del Parlamento europeo (scaricabile qui gratuitamente), che ne segnala anche l’impatto nel mondo del lavoro e di conseguenza nel sociale.

Una nuova intervista di EconomyUp a uno dei massimi esperti mondiali di sharing economy, Arun Sundararajan, rivela anche perchè per cogliere tutte le nuove opportunità di lavoro che tale modello economico offre sia necessario per i giovani sviluppare nuove skill e sopratutto mindset imprenditoriale.

“La formazione è di cruciale importanza, – dice nell’intervista – perché in futuro serviranno nuove skills. Innanzitutto dovranno studiare imprenditoria, perché dovranno imparare a gestire le proprie idee e trasformarle in business. Altra materia fondamentale sarà il design thinking, modello manageriale di gestione aziendale nato intorno al 2000 a Stanford, California, particolarmente adatto a trattare problemi complessi. Per esempio i founder di AirBnb hanno utilizzato il design thinking: non erano immobiliaristi né architetti, ma semplici studenti, e hanno valutato l’importanza dello spazio, hanno studiato come proporlo, si sono occupati di una varietà di questioni, dalla creazione della piattaforma alla gestione del servizio. Una sorta di pensiero strutturato e omnicomprensivo.”

“Quanto influirà la sharing economy sul futuro di mia figlia di 12 anni? Molto probabilmente, quando ne avrà 20 o 30, lei e la maggior parte dei suoi coetanei non saranno lavoratori dipendenti ma saranno abituati a creare qualcosa di proprio per vivere. Forse non avrà un’automobile di proprietà e, per quell’epoca, i film di James Bond, dove l’agente 007 gira a bordo della sua fiammante auto, saranno preistoria. Forse avrà ancora una casa di proprietà, ma nelle città aumenteranno la condivisione o lo scambio di spazi abitativi. Tutto sommato sarà meno sola: la sharing economy è la prima tecnologia che consente di connettersi realmente con le altre persone”.

Le startup svolgono un ruolo fondamentale nel lanciare l’idea e implementare quella che funziona, secondo l’esperto. “Da dove può venire l’innovazione se non dalle startup? Le università svolgono le loro attività di ricerca, i governi possono finanziare piani ad hoc ma la cosa importante è che le aziende mettano in pratica le soluzioni innovative”.

Oltre alle luci, c’è però anche qualche ombra. Una delle critiche più frequenti è che l’avvento dell’economia della condivisione causi la perdita di posti di lavoro o li renda precari. “Dipende dal tipo di azienda” replica Arun. “Per esempio, nel settore dei trasporti, negli Stati Uniti, sono molti i lavoratori che apprezzano la flessibilità. Da una ricerca è emerso che due driver di Uber su tre non desiderano un lavoro fisso, ma un’entrata supplementare. In ogni caso, più andiamo avanti più dovremo smettere di pensare alle nostre entrate come uno stipendio erogato da un datore di lavoro. E non parlo solo dei cosiddetti lavoretti, dall’idraulico al falegname. Esistono già piattaforme per avvocati, o agenti di commercio, dove i professionisti mettono a disposizione i propri servizi. In Italia è nata CoContest, la startup che ha sviluppato un portale online dedicato alla ristrutturazione di abitazioni attraverso gare tra architetti in crowdsourcing. Questo è il futuro”. Un futuro disruptive per il quale dobbiamo essere ben attrezzati.

In questo video l’esperto spiega sinteticamente come il mondo del lavoro sarà trasformato dalla sharing economy.