Siamo in compagnia di Andrea Fingolo, fondatore di Where’s up? (sito web: go.wheresup.com) il servizio che ti consente di trovare gli eventi più vicini a te.

Ciao Andrea, puoi presentarci la tua startup?

Abbiamo sviluppato un progetto che si chiama Where’s up? che permette agli utenti di conoscere gli eventi e le attività interessanti da svolgere nel tempo libero. Si propone come un grosso contenitore con all’ interno una serie di proposte a 360°, che possano andare a colmare il bisogno di sapere cosa fare in un determinato momento. Raccogliamo contenuti attraverso il web e copriamo tutta Italia caricando ogni giorno circa mille di eventi. Questi poi vengono divisi in 11 categorie all’interno del sito e  dell’app. Infatti il servizio si declina in sito web e in applicazioni native IOS e Android.

Quando hai deciso di farla nascere?

Nel 2012 è nata l’idea di provare a realizzare un portale che mettesse assieme tutte le possibilità per il tempo libero e offrisse una panoramica simile a quella che Google Maps offre per i luoghi fisici.

È difficile essere a conoscenza di tutti gli eventi che si svolgono in una città, siete in contatto con chi li organizza o conducete la ricerca attraverso altri portali?

E’ sempre presente un caricamento automatico attraverso un software interno che abbiamo sviluppato noi, ma chiediamo anche ad alcuni organizzatori con cui siamo in contatto. Loro fanno parte del nostro modello di business perché chiaramente da una parte offriamo loro la visibilità e dall’altra, grazie a loro portiamo avanti una serie di servizi per gli utenti finali.

Hai detto che ci sono 11 categorie in cui dividete gli eventi. Quali sono le più popolari?

Anche se sembra strano, perché pensavamo che le categorie più popolari potessero essere più quelle di ambito giovanile, ovvero aperitivi e feste, in realtà quelle più cliccate sono eventi culturali, spettacoli e concerti di musica live. In fondo sono proposte per le quali l’utente non è già stato tempestato di notifiche su Facebook.

Ci sono stati momenti difficili all’inizio?

Per le startup ci sono sempre momenti complicati, la vita delle startup è una complicazione finché non si riesce a diventare un’azienda a tutti gli effetti che produce fatturato. L’ambito della startup è fatto di molti momenti complicati ed è una rincorsa nei confronti degli investitori, una serie di azioni fatte per ottimizzare il poco budget a disposizione. Se da una parte è un’avventura molto affascinante che ti mette alla prova, dall’altra è fatta di momenti difficili che bisogna cercare di superare. Anche noi siamo partiti a tutti gli effetti nel 2013, non siamo una startup così giovane e nonostante un budget risicato siamo riusciti ad ottenere risultati importanti.

È stato complicato ottenere finanziamenti dunque?

Noi abbiamo attraversato varie fasi. Inizialmente, siamo partiti con una forma di pre-investimento alla fine del 2013 di 50 000 € e con quelli abbiamo portato avanti il progetto e abbiamo perfezionato lo strumento rifacendo le app e il sito web. È un budget abbastanza ridicolo se pensiamo che ci presentiamo come servizio che si vuole far conoscere in Italia come punto di riferimento che però si vuole far conoscere anche all’ estero. Se pensiamo ad agenti che operano nello stesso ambito, come Yplan che in Inghilterra, partendo da Londra ha raccolto in tre round 35 milioni di euro, noi facciamo rispetto a loro oggi un decimo del loro traffico e se andiamo a vedere quanto hanno avuto loro a disposizione e quanto abbiamo avuto noi è chiara la difficoltà in cui ci siamo trovati. Noi ci siamo concentrati nello sviluppo per cercare di creare un prodotto quanto più buono potessimo fare con le nostre forze. Ci stiamo concentrando anche nel fund raising. Chiaramente una startup la si può immaginare come una coperta molto corta, infatti nel momento in cui ci si concentra in determinati ambiti non si riesce a portarne avanti altri oppure si riesce con scarsi risultati. In Italia se non fatturi vieni tracciato come servizio non affidabile nel quale quindi non si fanno investimenti, mentre all’estero la mentalità è diversa e infatti stiamo raccogliendo fondi soprattutto lì.

Se vuoi chiedere soldi devi già essere operativo finanziariamente, nel nostro caso un nonsense perché non siamo un’azienda che produce beni che si possono acquistare in qualsiasi momento, ma cominceremo a guadagnare in maniera più consistente nel momento in cui avremo una massa di utenti più importante.

Cercherete di stabilizzare il mercato di adesso o cercherete di puntare all’estero?

Un po’ tutti e due nel senso che ci stiamo focalizzando in un paio di città italiane e lì faremo dei test su dei nuovi modelli di business tra cui le vendite di servizi all’interno degli eventi, una sorta di couponing. Nello stesso tempo, faremo qualche azione all’estero più mirata con servizi che lanceremo però da metà marzo.

Cosa consigli ai ragazzi che vogliono cominciare a fare startup e in generale come possiamo affrontare la vita in maniera più imprenditoriale?

Da una parte avendo il coraggio di buttarsi in un progetto nel momento in cui ovviamente il progetto possa essere ragionevole. Se un ragazzo fa startup lo può fare anche un cinquantenne, non è totalmente vero che ci si fida solo dei giovani o degli adulti con esperienza, dipende da chi trovi davanti. Ci sono molti casi di giovani brillantissimi che sono partiti con le loro idee senza l’ostacolo dell’età, ma non andrei a fare un target così drastico. È chiaro che in Italia aver avuto degli insuccessi viene visto come una pecca, un qualcosa di negativo, mentre all’estero si presuppone che dal momento in cui hai avuto dei casi di insuccesso tu abbia imparato e conseguentemente possa avere delle esperienze che partono non da zero ma dall’ esperienza, seppur negativa. I giovani, se ci sono le prerogative, le possibilità di provarci, devono mettere in atto le proprie idee. Magari se non c’è la stabilità economica per buttarcisi a capofitto fin da subito, bisogna almeno dedicare tutto il tempo libero che si ha a disposizione e capire se quel progetto può effettivamente andare avanti.

Nel nostro caso, se noi non dovessimo riuscire a portare avanti la startup sarebbe un fallimento solo tra virgolette, perché con le nostre forze sarebbe stato impossibile, magari non saremmo riusciti a trovare finanziatori che ci trovassero affidabili, allora gioco forza un giorno dovremmo chiudere. Allora se un domani volessimo partire con un nuovo progetto è chiaro che ci porteremmo con noi un bagaglio di esperienze che uno che parte da zero non può avere, è abbastanza logico. Il tutto sta nel vedere le varie sfaccettature, uno può pensare che se ha fallito una volta, fallirà di nuovo e questo è molto tipico nella mentalità italiana. All’estero è vista come un bagaglio di esperienza che ti porti dietro. Se uno non si intestardisce ed è aperto mentalmente, prima o poi valuta i suoi errori e si rende conto che probabilmente se non è andato avanti ci sono state delle motivazioni. Deve essere introspettivo, togliendo via tutta la parte di orgoglio che magari può occludere lo studio della realtà e di quello che è successo.

Quale è il tuo background scolastico?

Partivo da un background non specialistico e quindi con una mentalità abbastanza aperta. Ho fatto il liceo scientifico e poi scienze della comunicazione. Ho lavorato in agenzia pubblicitaria per un paio d’anni e mi occupavo di copywriting e della parte strategica di campagne marketing per le aziende. Tutto ciò che è comunicazione mi ha sempre affascinato, ma ho sempre sentito dentro di me una certa ambizione che mi portava a creare qualcosa di mio e portarlo alla realizzazione. La startup è formata da vari elementi, quando siamo partiti eravamo 4 soci fondatori, ognuno dei quali con un background diverso ma abbastanza complementare. Due persone che ad oggi fanno parte della compagine che però non sono più attive ed un altro socio che è attualmente attivo e i background erano uno di ingegneria aerospaziale, uno di ingegneria informatica e l’altro è un perito informatico. Se anche dovessi ripartire con altri progetti, francamente allontanerei l’idea di volercela fare da solo, perché sarebbe impensabile, l’idea dovrebbe essere quella di trovarsi una serie di elementi per formare un team con cui collaborare e partire con la realizzazione del progetto. Riuscire a mettere assieme un team significa anche far evolvere la propria idea iniziale piuttosto che partire da soli e avere un’unica visione delle cose. Inoltre, anche agli occhi del finanziatore significa investire su una squadra che poi sviluppa internamente, poi con i finanziamenti la squadra si può allargare e potenziare, ma l’ossatura deve esserci in partenza.

Ognuno ha delle esperienze diverse, in questi tre anni di startup hai un momento particolare che ti rende orgoglioso o comunque molto felice della tua esperienza da imprenditore?

Quando dall’essere partiti in 4, tre di cui amici da 15/20 anni, siamo arrivati a valutare un’idea -che poi fosse stata mia conta veramente poco- e dire “ma perché non ci buttiamo a tempo pieno? Perché non cerchiamo di mettere in pratica questa idea che sembra essere molto buona?” Ecco,  quel momento del passaggio dall’idea alla volontà condivisa di portarla avanti ed abbracciarla compimento è stato molto importante.