Da qualche anno a questa parte i recruiters di mezzo mondo indicano con “soft skills” tutta una serie di abilità, conoscenze e competenze non propriamente specifiche per il ramo di studi seguito, in quanto trasversali e spendibili su un range molto ampio di situazioni lavorative.

Il perché venga associato l’aggettivo “soft” a  queste “skills” è sconosciuto ai più. Ma quello che fa più ridere è il fatto che la regina delle soft skills, la conoscenza della lingua inglese, risulta tanto meno soft quanto più si avanza con la carriera universitaria e con l’età. Sono diversi gli Atenei italiani che ad oggi richiedono una certificazione del livello del proprio inglese. Ciò ha sicuramente alleviato il distacco tra le conoscenze  richieste dal mercato del lavoro, e quelle mediamente possedute da un neolaureato che non abbia frequentato un corso universitario in lingua inglese. Il primo, e per certi aspetti l’elemento cardine della cura di questa abilità richiesta è una sincera presa di coscienza di due fatti: il primo è il riconoscimento obiettivo del proprio livello iniziale con la lingua, mentre il secondo è invece il riconoscimento della necessità di dover colmare una lacuna che la globalizzazione ha reso sempre più non trascurabile, fino ad essere appunto una necessità per le aziende moderne. Che l’uso di una lingua sia decisamente trasversale è fuori di dubbio..e allora? Perché non fare un piano di studio regolare, equilibrato nei contenuti e possibilmente con la supervisione di un madrelingua? L’esperienza all’estero da una mano, ma è sempre bene optare per una certificazione di lingua.

Abilità informatiche? Inutile cercare di giustificarsi puntualizzando che la tua è una laurea umanistica. Il concetto deve essere chiaro. L’informatica è ormai trasversale, e come tale va appresa in modo tale da poter trarre quanto di buono essa può darci… anche se non progettiamo circuiti elettronici.
Così come era stato anticipato, non è finita qui! Infatti il recruiter odierno ha bisogno di estrapolare, in sede di colloquio una miriade di altre caratteristiche “accessorie” dell’aspirante lavoratore, così da poterlo eventualmente ritenere idoneo al profilo ricercato dall’azienda. Qualche caratteristica apprezzata in sede di colloquio è sicuramente la capacità (possibilmente documentata) di lavorare in gruppo, partecipando fattivamente alle attività affidate al gruppo nell’ambito della realizzazione di progetti specifici. Anche sotto questo punto di vista le università sembrano sempre più sensibili e piuttosto impegnate nel mettere gli studenti nelle condizioni di poter maturare una tale esperienza già con i colleghi universitari.

Oggi più che mai la presenza sui social network di quasi ciascuno di noi rappresenta la nostra vetrina sul mondo. Non curarla, specie a ridosso di colloqui di lavoro può essere fatale. Da questi siti infatti non emerge soltanto quel lato di noi stessi che viene involontariamente celato nelle occasioni formali, ma può anche costituire quel fagotto di informazioni  di cui il recruiter è interessato, ma che spesso egli stesso tende a relegare alla ricerca sul web. Ecco che gli hobbies diventano così, per vie traverse, anch’essi delle abilità che rientrano negli interessi dei selezionatori in quanto vanno a completare la conoscenza del candidato.
Riassumendo?  Nulla di poi così soft!

L’autore: Ivano Guastella, 27 anni, ha conseguito a Febbraio 2015 la laurea in ingegneria elettronica presso l’Università degli studi di Catania. Da marzo 2016 sarà in Inghilterra per frequentare un master degree in avionica.

Ha partecipato alla gara “Ti piace scrivere? Aiutaci a creare contenuti per il blog!” perché ha sempre ritenuto che l’informazione, in ambito universitario, sia qualcosa di cruciale. Questa gara gli ha dato modo di esprimere, sulla base delle sue esperienze personali, tutto ciò che ha ritenuto utile in termini di informazioni, per laureandi, laureati e per chi sta valutando di intraprendere un percorso accademico.